The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca

Non mi aspettavo niente da questo film. Ne avevo sentito parlare bene, quello sì, ma niente di più. Ed è proprio quando meno te lo aspetti che capitano le sorprese!

L’incipit è coinvolgente e ti catapulta subito nella dura e cruda realtà dello schiavismo americano: troviamo il protagonista Cecil, bambino, che assiste all’assassinio del padre e alle violenze sulla madre, e viene portato via dai campi dalla padrona di casa per insegnargli a diventare un “negro di casa”. Una volta cresciuto, decide di lasciare la tenuta in cerca di fortuna. Trova quindi lavoro in un hotel del posto e da qui ha la fortuna di ricevere un’altra offerta di lavoro per l’hotel Excelsior di Washington.

A Washington Cecil si sente realizzato perchè quel lavoro gli ha permesso di conoscere l’amore della sua vita ed avere con lei due splendidi bambini, ma la fortuna ha in serbo per lui qualcosa di ancora più grande: viene infatti scelto per andare a lavorare come maggiordomo alla Casa Bianca!

Cecil si dedica anima e corpo a questo nuovo lavoro, mentre gli altri componenti della famiglia si allontanano sempre di più: la moglie inizia a bere pesantemente e ad andare con il vicino di casa, il figlio maggiore una volta all’università entra a far parte di un gruppo che si batte per i diritti civili, mentre il figlio minore prende una strada totalmente diversa: va a combattere per la patria in Vietnam e cade in battaglia.

Dopo questa tragedia Cecil e la moglie si riavvicinano e lei smette di bere, mentre la relazione con il figlio maggiore rimane in bilico sino alla fine, quando il padre finalmente capisce la portata degli ideali per i quali si è sempre battuto il figlio e quindi decide di andare a manifestare con lui.

Il film si conclude con un Cecil novantenne che vede la moglie morire durante la campagna elettorale di Obama. Alla fine Obama vince le elezioni e Cecil ha il privilegio di incontrarlo direttamente alla Casa Bianca, dove ha lavorato per più di trent’anni.

Attraverso gli occhi di quest’uomo si ripercorrono le tappe più importanti della storia statunitense dell’ultimo secolo: una commedia commuovente che sa toccare il cuore e strappare un sorriso dolceamaro.

VOTO: 8

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7 strategie per valorizzare l’effetto Made-in

In Cina, come ben sappiamo, il concetto di brevetto è ancora qualcosa di molto vago. Le aziende asiatiche collaborano sempre più spesso con le aziende europee per produrre qualsiasi tipo di prodotto ad un costo inferiore, e questo comporta da un lato la completa disponibilità a imparare le fasi della ricerca e sviluppo, ma dall’altra parte le legittima a copiare proprio quel determinato prodotto, una volta conclusasi la collaborazione.

L’episodio più eclatante è avvenuto l’anno scorso, quando un’azienda cinese ha proposto in Fiera a Milano e su internet degli scooter con nomi diversi, ma con sotto la dicitura “Vespa model”! E anche  durante il mio anno e mezzo nel settore dei sanitari ho avuto modo di vedere diversi fornitori cinesi che in Cina vendono con il proprio brand quegli stessi prodotti che in teoria dovrebbero essere stati sviluppati ESCLUSIVAMENTE per un determinato cliente europeo.

Sembra proprio che ci vogliano prendere in giro, ma non è così. Alla base ci sono due importanti problemi: la cultura e il sistema legislativo. In poche parole, per loro questo atteggiamento è completamente accettabile perchè vedono una netta distinzione tra mercato europeo e mercato cinese. Problemi che, incredibilmente, sono comuni anche a un Paese che sembrerebbe avere ben poco in comune con la Cina, gli Stati Uniti.

Qui troviamo moltissimi cloni dei nostri prodotti alimentari: c’è il “parmesan”, cugino alla lontana del nostro Parmigiano Reggiano, ci sono le taniche di aceto balsamico di “Modena”da 5 litri, c’è il “Prosciutto Daniele” che ovviamente non ha niente a che vedere con quello di San Daniele.

Si stima che dei prodotti “italiani” in commercio negli Stati Uniti, solo 1/3 sia effettivamente italiano, e tra le principali ragioni ci sono proprio quelle già esaminate per la Cina: il mancato riconoscimento delle certificazioni di autenticità europee e i più bassi standard qualitativi.

Come difenderci quindi da questo attacco da Est e da Ovest? Mettendo in pratica, congiuntamente, queste importanti strategie:

  1. INVESTIRE IN PUBBLICITÀ COMPARATIVE: educare i consumatori a riconoscere i prodotti italiani evidenziandone le loro peculiarità.
  2. INNOVARE MANTENENDO LA TRADIZIONE: offrire una continua evoluzione tecnologica del prodotto pur mantenendo inalterate le caratteristiche distintive.
  3. EVIDENZIARE LE ORIGINI NEL PACKAGING: la confezione è importante, soprattutto nei prodotti a largo consumo, per differenziarsi dai contraffattori.
  4. FAR PROVARE IL PRODOTTO IN-STORE: la possibilità di vedere, toccare, assaggiare il prodotto è determinante nella scelta di acquisto del consumatore, perché solo così si può rendere conto veramente del suo livello di qualità.
  5. COOPERARE CON AZIENDE CHE PRODUCONO PRODOTTI COMPLEMENTARI: l’unione fa la forza, soprattutto quando si tratta di riuscire a condividere i mezzi per promuovere i prodotti.
  6. DISTRIBUIRE IN MODO SELETTIVO E DI NICCHIA: queste modalità di distribuzione permettono di valorizzare la qualità del proprio prodotto e di non disperdere le proprie forze.
  7. PARTECIPARE ALLE FIERE: esporre il proprio prodotto nella “terra del nemico” è un modo per rivendicare la propria originalità e scalzare le imprese locali dal loro podio immeritatamente conquistato.

Insomma, anche nel caso della contraffazione, il 7 è il numero chiave per riuscire a dare ai nostri prodotti italiani il valore che si meritano!

Ti va una capsula di Coca-Cola?

Conosci SodaStream? è un sistema per gasare l’acqua e preparare altre bevande gasate attraverso degli appositi concentrati che vanno aggiunti dopo aver gasato l’acqua.

Ultimamente ha fatto scalpore la pubblicità che l’azienda aveva pianificato per il Super Bowl, ma che è stata bocciata e conseguentemente censurata perchè Scarlett Johansson, dopo essersi bevuta sensualmente la sua soda “fatta in casa”, pronunciava la pungente sentenza: “Sorry, Coke and Pepsi.” Della serie: scusa Coca-Cola e Pepsi, ma la soda che mi faccio con SodaStream è molto meglio!

Ebbene, come potrete immaginare questa frase era veramente troppo, perchè scalzava dal podio due tra i maggiori investitori nelle pubblicità del Super Bowl (che, come si sa, costano letteralmente un occhio della testa!!!), quindi si è deciso di tagliarla.

A pochissimo tempo di distanza dal Super Bowl arriva però una notizia che sembra quasi una reazione della Coca-Cola alla provocazione lanciata da SodaStream: Coca-Cola ha infatti annunciato l’acquisizione del 10% delle quote di Green Mountain Coffee Roasters, produttore di caffè in capsule, e ha siglato un accordo di partnership decennale per lo sviluppo e la commercializzazione di capsule per produrre le bevande gasate a casa. Una proposta che si pone proprio in diretta concorrenza con il sistema SodaStream!

I vantaggi di questi sistemi sono senza dubbio il risparmio in termini di packaging, la maggiore facilità di trasporto e stoccaggio delle capsule e, non ultima, la possibilità di crearsi una bibita personalizzata, decidendone il livello di concentrazione.

Nel giro di qualche anno vedremo quindi lentamente scomparire le bottiglie di plastica dai supermercati?

Fatemi sapere la vostra opinione nei commenti sotto o sulla pagina Facebook della Cheba.

Greeley, ovvero l’esatto opposto delle Hawaii

Greeley non dovrebbe essere in Colorado. Il Colorado da cartolina è quello delle Rocky Mountains, delle Great Sand Dunes e delle rocce rosse, dei grattacieli di Denver e le città abbandonate del Far West, quando i cercatori d’oro trovarono una fortuna tra le montagne.

…ma questo ve lo racconterò in un altro post!

Greeley invece si trova già abbondantemente nelle Big Plains, quel territorio di mezzo che va dalle Rocky Mountains alla costa est, caratterizzato da campi e campi e dalla vita di provincia.

Ebbene sì, sono proprio capitata nel bel mezzo della provincia americana, altro che New York o Los Angeles!

Quella provincia in cui l’università (UNC) è il centro del mondo, mentre in centro città non c’è quasi nessuno durante i giorni feriali.

Una cittadina in cui convivono mille etnie, ci sono i negozi di quartieri che vendono solo junk food, e ci sono gli edifici commerciali bassi lungo la via principale, mentre più in là le villette in legno tutte uguali sono diligentemente affiancate l’una all’altra, come soldatini, come nei film.

Pensate che una delle prime cose che ci hanno comunicato, appena arrivati, è che l’edificio in cui alloggiavamo nel campus (17 piani) era il più alto del nord Colorado, da Denver a Cheyenne (circa 200km)!! Che primato!!

Un’altra caratteristica distintiva di Greeley era l’odore di mucca, ovviamente citato alla grande da South Park! Poteva non comparire per giorni, per poi riaffacciarsi prepotentemente quando ormai te n’eri quasi dimenticato.

Ma Greeley era anche tramonti mozzafiato, scoiattoli impertinenti e persone fantastiche

Mi manca l’esatto opposto delle HAWAII!